QUELL'EROE DI MIO PADRE

IN RICORDO DI FRANCESCO POLIANDRI

Un giornale dell'epoca intitolò così il suo articolo dedicato a lui, ma mio padre non era un eroe, era solo uno dei tanti lavoratori finito col far comparire il suo nome nella tristemente lunga lista di "morti bianche".
E' così che le chiamano le morti sul lavoro, "bianche". Anche se di bianco non c'è nulla. Bianco è un abito da sposa, un lenzuolo, la memoria di un bambino appena nato...
le morti sul lavoro hanno il nero del catrame, il marrone della terra, il rosso del sangue...o il colore invisibile del gas...invisibile come ciò che diventano le persone che non ci sono più.
Ma mio padre non è invisibile, non lo è mai stato, perchè lo faccio vivere con i miei ricordi, i miei sogni, i miei gesti, e questo sito è solo un gesto per ricordarlo ancora, per lasciare scritto qui qualcosa per lui, come si farebbe in un rapporto epistolare. Non importa se la risposta non mi arriverà in carta scritta, so che mi risponderà in qualche modo...so che lui è sempre con me.
Mio Padre, Francesco Poliandri, è nato a Teramo, in Abruzzo, il 17 Novembre del 1961.
Dopo 5 anni di fidanzamento con mia madre si sposò portandola nel suo paese, Roseto Degli Abruzzi da Pozzuoli (paese di origine di mia madre). Un anno dopo sono nata io, il 14 Marzo del 1985.
Papà aveva studiato per diventare odontotecnico ma la necessità di lavoro e la sua passione per le gru e le pale meccaniche, lo hanno portato a diventare un operaio come tanti.
Il 1989 è stato l'anno che ce lo ha portato via. Era il 15 Marzo e a casa mia stavamo aspettando la sua telefonata, era il giorno seguente al mio quarto compleanno e papà ci aveva chiesto se potevamo aspettare lui per festeggiare, dato che tornava a casa solo nei fine settimana. Lavorava a Bologna sulla A14 nel tratto Bologna-Casalecchio Di Reno. Stavano costruendo quegli enormi pilastri dalla forma cilindrica che sorreggono l'autostrada nei tratti sopraelevati. Erano in tre (non riporterò i nomi degli altri due perchè non so se le famiglie vogliono). Il più giovane, un ragazzo di vent'anni o poco più, stava saldando le gabbie di ferro che formano questi cilindri. Forse a causa di un mancamento, un malore improvviso, è precipitato nel cilindro, un pozzo profondo 26 metri. E' morto sul colpo e mio padre e l'altro operaio sono corsi sul bordo per vedere cosa fosse successo. Il secondo operaio, un quarant'enne, si è calato nel pozzo dicendo a mio padre di dare l'allarme. Giunto però ad una quindicina di metri si è accasciato esanime sulle scalette che lo conducevano verso il fondo. Mio padre si è allontanato di pochi metri fermando un camionista sull'autostrada e spiegando l'accaduto, chiedendo di chiamare aiuto. Lasciato il camionista è tornato sul posto.
Si è calato anche lui nel tentativo di raggiungere e salvare gli amici.
Il primo ragazzo cadendo aveva provocato involontariamente una fuoriuscita di gas terreni. Una bolla che è salita pian piano riempiendo il pozzo e investendoli tutti. Mio padre era a cinque metri dall'uscita di quel pozzo. Guardando in alto vedeva la luce del giorno.
Quando li hanno trovati mio padre era ancora vivo ed ha emesso il suo ultimo respiro durante il massaggio cardiaco. Aveva 27 anni.
Lo Stato Italiano di cui allora era presidente Francesco Cossiga, ha conferito a mio padre ed all'operaio che si era calato nel pozzo con lui, la Medaglia D'Oro Al Valor Civile.
A casa mia, quel giorno, aspettavamo il suo ritorno.
Nel cuore lo aspettiamo ancora perchè un giorno ci rincontreremo. _Di Alessia Poliandri_